mercoledì 23 novembre 2011

Causa SIAE niente piú trailer online

Questa notizia importantona c´ha messo un po´ di giorni ad arrivare alle mie orecchie a Berlino, ma ora prendo atto, inorridisco e inoltro: Blogger, occhio a postare trailer embedded! (per dirla in italiano insomma).

Da "L´Espresso" del 10 Novembre 2011

La Siae e i trailer, che brutto film di Federico Formica

Solo in Italia poteva succedere: vogliono far pagare i diritti d'autore a chi mette on line i trailer dei film. Una regola assurda, visto che si tratta di pubblicità. Quando ci chiederanno soldi anche se cantiamo un brano sotto la doccia?

(10 novembre 2011) Chi ha soldi, sopravviverà. Chi non li ha, diventerà irrilevante. Questa è la nuova regola che Siae sta – indirettamente – imponendo al mondo dell'informazione cinematografica online. Tutto ruota intorno ai trailer. Pensavate che questi minispot fossero una forma di pubblicità? Errore: per la società degli autori e degli editori, le immagini sono secondarie. Il trailer è anzitutto un involucro che contiene musiche protette dal copyright. E in quanto tale, chi li pubblica deve pagare. Ma se chi lo pubblica fa un favore alla casa di produzione e all'autore delle musiche, invogliando il pubblico a vedere il film al cinema, deve pagare lo stesso? La risposta, ancora una volta è sì.

E non sono tariffe da discount: 450 euro a trimestre per 30 video o un massimo di 10 ore di trailer. In un anno, i gestori di siti come fantascienza.com, horror.it, cineblog e badtaste.it dovrebbero quindi sborsare qualcosa come 1800 euro solo per mostrare brevi spezzoni dei film che di lì a poco usciranno nelle sale. Una cifra che per molti siti ha già significato la chiusura tout-court della sezione video.

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mercoledì 2 novembre 2011

In this world: Cose di questo (o dell´altro?) mondo


Mi é capitato di vedere "In this World", bellissimo e giustamente premiato film di Michael Winterbottom(2003), che scopro in Italia essere "Cose di questo mondo". E´ la storia (vera!) di Jamal, uno svelto ragazzino afgano che con il cugino attraversa Medio Oriente e Europa per arrivare a Londra e cercare una vita migliore. "An astonishing film", "deeply affecting", "a committed, provocative and extraordinary work" dicevano le recensioni riportate sul DVD, e infatti. Questo semplice ma decisamente toccante film riesce a trascinarti nella storia di Jamal e di tutti quelli che come lui intraprendono viaggi della speranza -con mazzette, controlli, sotterfugi e drammi- per arrivare in Europa, passando anche per l´Italia.


Per una volta, é come se la storia dei tanti immigrati che cercano di entrare nella "fortezza" Europa la raccontassero loro in prima persona e non i telegiornali, che tanto non la sanno. I telegionali possono raccontarci di provenienze, di numeri e tragedie, invece film come questo ti raccontano il "prequel", ti fanno conoscere i protagonisti di questo drammatico fenomeno odierno e ti ci fanno pure diventare amico, perché li segui, condividi il loro viaggio e speri con loro.

E´ solo un film? Anni fá, durante un lavoro estivo in un ostello di Monaco di Baviera, ho avuto la fortuna di conoscere Hemen, un ragazzo curdo iracheno che faceva le pulizie nello stesso ostello. Anche lui, come Jamal, aveva attraversato il confine turco a piedi e aveva viaggiato clandestinamente sui treni italiani. Alle spalle aveva moglie e figli uccisi in guerra e un figlio vivo, Hajar, rimasto in Iraq con la zia e che avrebbe voluto portare al piú presto in Europa.


"In this world", mi ha ricordato tanto l´altrettanto bel film "Welcome" di Philippe Lioret (2009), lí il protagonista era un giovane curdo, Bilal, ma la storia era sempre la stessa. La storia é sempre la stessa. Guardando la scena di Jamal e cugino che attraversavano le cime innevate tra l´Iran e la Turchia di notte, la mente mi é tornata a quelle pagine de "L´Orda" di Gian Antonio Stella (altro vivissimo consiglio per la lettura) che raccontano di quei tanti italiani che nel 1900 passavano le Alpi per emigrare clandestinamente in Francia, in Svizzera, in pieno inverno, di notte per sfuggire ai controlli e non tutti ce la facevano ad arrivare oltralpe.


Buona visione!


lunedì 31 ottobre 2011

Che sciocculturale!

Non l'avevo messo in conto ma a un certo punto, vivendo in Germania e tornando in Italia solo ogni 3-4 mesi, ho avuto degli shock culturali. Solitamente, si sente parlare di shock culturale quando ci si inserisce in una cultura straniera. Ma devo dire che io degli shox ben forti li ho avuti anche al contrario, al tornare in Italia..
Una volta, ad un bar della stazione di Milano, sono rimasta allibita dalla chiassosità del tutto e del barista, che cantava e che si è rivolto a me con un "ciao bella". A Berlino il BAR come lo intendiamo in Italia non esiste nemmeno. Ci sono i cafés dove ti siedi e ti puoi fermare a lungo, e dove di solito nessuno canta, né grida o sbatte piatti. La stessa cosa mi capita a tavola con i miei genitori, che parlano (almeno alle mie orecchie) cosí forte che i primi giorni devo pregarli di parlare piú piano perché altrimenti la testa mi va in palla.

Un´altra volta, appena arrivata alla mia stazione di destino, Cattolica, un tassista guardando il cielo disse in dialetto romagnolo "s'imbrugla", per dire che il cielo si stava "imbrogliando", mettendo male, insomma scurendo e ho sentito un tonfo al cuore. Nella multiculturale Berlino ti capita ogni giorno di sentire diverse lingue/lingue diverse ma il tuo dialetto, quello no, quello é un´altra cosa. Quando lo senti, ti colpisce nel profondo, è così pieno della tua identità locale che ti ci ritrascina dentro e tu ti senti come una piccola pallina che rimbalza frastornata tra due mondi, due dimensioni. Boing..

Poi, essendo Berlino una città eccezionalmente giovane, ho notato per la prima volta quanto sia vecchia la società italiana. Se da una parte é normale che ci siano anziani in una societá - o almeno piú normale di non vederne quasi come a Berlino-, d´altra parte ció porta con se la triste constatazione di quanto poco spazio ci sia per i giovani in Italia e la conseguente mancanza di dinamismo e di una "looking-forward attitude" come direbbero quelli bravi.

Infine, un Leitmotiv ricorrente: il cibo. Nei discorsi in Italia si finisce (8 volte su 10?) a parlare di quello che si è mangiato a quel o quell'altro ristorante, di quali cose stuzzicanti ti portano al tal bar con l'aperitivo, di una ricetta, di tu come lo fai ecc.. Insomma solo da fuori per contrasto ho visto quanto siano centrali cibo e moda nella nostra cultura e di quanto questa sia godereccia, epicurea, viva insomma nel presente (e al massimo molto nel passato..basta vedere la vasta offerta televisiva di programmi sugli anni '60).

E tante altre situazioni si potrebbero portare ad esempio.

"Viaggiare apre la mente”, l'ho capisci solo dopo cosa vuole veramente dire, quando nella tua mente si é giá aperto -fortunatamente- un varco. Viaggiare permette importantissimi cambi di prospettiva, per potere vedere cose in cui prima si era immersi e di cui non ci si accorgeva. "Il pesce non conosce l´acqua in cui nuota" diceva qualcuno.